Comunità di marca: quando il Social Marketing colpisce il cuore delle persone
La pubblicità tradizionale non funziona più. La visibilità sui principali media, fisici, elettronici e digitali, non è più sufficiente a garantire un ritorno in termine di vendite. Sono molti i cambiamenti che hanno investito il mondo del marketing, e la maggior parte di questi è provocato da sconvolgimenti a livello sociale e comunicativo.
Un nuovo modo di fare marketing si profila all’orizzonte. Un marketing che considera il cliente non come semplice costumer ma come “persona”. Da questa affermazione procede un principio cardine: va soddisfatta l’esigenza della persona in quanto tale, e non solo del “mero cliente”.
Il nucleo di questo nuovo modo di fare marketing è il concetto di Comunità di marca. Esso è lo strumento con cui si soddisfa la persona allo scopo di aumentare la vendita di prodotti e servizi. Fare Comunità di marca vuol dire creare un gruppo di clienti-persona accanto al prodotto (o accanto al brand stesso). La piattaforma di organizzazione più adatta a questo fine è internet, poiché garantisce i vantaggi del “fare gruppo” e non obbliga a spendere grandi quantità di denaro e risorse. Si fa tutto via web e, soprattutto, via social media e via social network. Come si fa a creare e a gestire e, infine, a rendere proficua, una Comunità di marca? Esistono delle parole d’ordine da rispettare.
Visione del mondo. Se il messaggio pubblicitario è diretto alla persona e non semplicemente al cliente, allora è necessario a soddisfare i suoi bisogni di appartenenza. E questi non possono prescindere dall’adesione a un sistema di valori ben definito. E’ necessario offrire valori e idee.
Dialogo. In tutti i gruppi si comunica. Il dialogo permette a ogni partecipante di ribadire l’appartenenza al gruppo. In questo senso i social network appaiono come le piattaforme migliori: strumenti quali commenti e condivisione permettono l’esistenza del dialogo.
Passaparola. La Comunità di marca ha un fine: vendere. Da questo punto di vista non v’è differenza con gli strumenti del marketing tradizionale. Solo che, nel caso del social marketing e del marketing attraverso la Comunità di marca, l’azienda offre qualcosa in più. Il messaggio circa il prodotto dev’essere comunque lanciato e diffuso. Come fare? Semplice, utilizzando il passaparola, da sempre il mezzo di propagazione a cui gli utenti credono di più (fin dall’alba dei tempi). Il passaparola corre sulle vie del dialogo, dei commenti e delle condivisione. Sono gli stessi membri della comunità a pubblicizzare un prodotto, visto che proprio intorno ad esso è stata creata la comunità.
Discrezione. La comunità deve apparire come un qualcosa di spontaneo e naturale. E’ ovvio che in quest’ottica l’intrusione di figure professionali e addette al marketing svela la vera natura dello “strumento comunitario”, causando nei membri la sensazione di essere stati ingannati e compromettendo il raggiungimento dell’obiettivo finale – che, ricordiamolo, è sempre la vendita.
Contenuti. La Comunità di marca ha una sua inerzia: i membri commentano a vicenda, pongono in essere discussioni e così via. La massa, però, come insegnano secoli di storia, va guidata. Il rischio è andare fuori tema e quindi di non vedere “lanciato” il messaggio legato al prodotto. Come fa un un addetto al marketing a indirizzare i membri pur risultando discreto? E’ sufficiente che questi si comporti da membro egli stesso. Un membro, però, che risponde a uno stereotipo e che quindi ripete in continuazione il messaggio legato al prodotto e si impegna per diffonderlo. Concretamente, alla figura professionale di riferimento non rimane che condividere contenuti: foto, video, note e così via.











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